La politica ai tempi di Amazon

Articolo di Andrea Soppelsa sulla rivista della CGIL Belluno

NOVITÀ

Ufficio stampa Sinistra Italiana Belluno-Avs

2/1/20264 min read

LA POLITICA AI TEMPI DI AMAZON

C’è un bellissimo libro di Luciana Castellina intitolato “La scoperta del mondo”; si tratta dell’autobiografia dei suoi anni giovanili, dal momento in cui la politica e l’antifascismo fanno irruzione nella sua vita -proprio il 25 luglio 1943-, alle attività in giro per l’Europa postbellica per conto della FGCI. Castellina, con una felicissima espressione, definisce questo periodo di attività politica “la scoperta del mondo”, lo strumento mediante il quale interpetrare la realtà. Oggi, dopo lo sfarinamento dei partiti di massa novecenteschi, dopo l’ondata neoliberista e l’affermarsi di Tina, There is no alternative, cos’è la politica e che fascino può avere sui giovani? La definizione di Castellina, che visse la sua gioventù politica negli anni immediatamente successivi la caduta del fascismo, è ancora valida?

Si dice nei saggi di Storia dei Giovani, che questi, almeno a partire dal XIX secolo, rappresentano naturalmente la categoria generazionale maggiormente predisposta a mobilitarsi; negli ultimi anni, i grandi movimenti popolari (Fridays for future, Sardine, ma anche le mobilitazioni per la Palestina) sembrano confermarlo. Rispetto al passato, tuttavia, non c’è un corrispondente impegno giovanile all’interno della politica partitica, la quale continua a scontare il discredito anticasta generato già nella travagliata vicenda ManiPulite. Il crollo partecipativo più importante avviene in corrispondenza della crisi dei prestiti subprime: nel 2010, per la prima volta da decenni, sono meno di due milioni complessivi gli iscritti ai partiti in Italia. Il risultato di questa disaffezione però finisce col riverberarsi sui cittadini disillusi dalla partitocrazia: meno partecipazione significa minore possibilità di scelta della classe dirigente. Il momento populista dello scorso decennio ha rappresentato l’ultima scintilla partecipativa di una massa eterogenea di cittadini, che chiedevano un cambiamento (non facilmente definibile) e una scrematura della élite dirigente, ritenuta corrotta e inaffidabile; l’organizzazione politica di questo sentimento non è stata semplice e i partiti che sono riusciti -almeno in un primo momento- ad intercettarla sono finiti col sostituire parte della vecchia classe dirigente formando una nuova élite e finendo così con l’alimentare ulteriormente la disillusione e l’astensionismo.

Perché dunque impegnarsi all’interno della politica partitica? Palmiro Togliatti, in un intervento durante la Costituente, definiva il partito politico come l’espressione della democrazia che si organizza. Oggi, la democrazia langue, così come la politica; il neoliberismo, che negli anni ’80 del secolo scorso si è imposto, ha teorizzato la fine dei corpi intermedi e il trionfo dell’individualismo. Il risultato è la crisi partecipativa non solo nei sindacati e nei partiti, ma nella società tutta, nell’associazionismo. Il divide et impera del capitale ci ha resi individui sempre più isolati, relegati nello spazio privato (dove abbiamo tutto a portata di click), intenti a consumare ciò che l’algoritmo degli imperi delle big tech (Amazon, Google et c.) decide di venderci. Tutto questo, mentre con i nostri dati raccolti su internet (per esempio, anche in questo momento in cui sto scrivendo) produciamo inconsciamente valore e lavoro che non ci viene riconosciuto. E allora forse aveva ragione Togliatti: per uscire da questo isolamento, per prendersi cura della democrazia, serve ricostruire i corpi intermedi. Serve partecipazione. Serve la Politica. Negli anni ’80, con la questione morale viene disvelata la macchina del potere, la partitocrazia; dieci anni dopo, la classe dirigente che aveva retto l’Italia negli ultimi quarant’anni veniva spazzata via. Ciò che è venuto dopo, però, è una politica sempre più personalistica, legata a figure anziché a idee e ideali. La fine delle grandi ideologie ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile, ammantato dal linguaggio pubblicitario e aziendale che ha invaso e contaminato lo spettro politico. Tutto questo, mentre il parlamento nazionale è svuotato di significato dalla gestione manageriale del potere e dal continuo ricorso alla legiferazione per decreto. In questo presente, possiamo decidere di essere spettatori di ciò che ci accade attorno, consapevoli però che la storia non si ferma: la storia è un fiume, talvolta un fiume in piena. Oppure, al contrario, possiamo scegliere di guadare il fiume e, una volta al centro, di cercare di comprendere dove ci porta la corrente. Il partito politico è senz’altro un organo imperfetto, che ha al suo interno anche dei meccanismi di potere; al contempo, fare politica significa essere divisivi, prendere parte, essere partigiani, sporcarsi le mani. Ma fare politica è soprattutto ricostruire comunità, è incontro, è dialogo. È un modo imprescindibile per saldare o rinsaldare legami tra eguali, per costruire rapporti intergenerazionali, per ascoltarsi, per comprendere l’altro, per discutere e dissentire (e così facendo, scoprire che in un partito politico si possono avere anche opinioni diverse senza per questo dividersi), per mettere in comune forme di solidarietà, per condividere un orizzonte culturale, per immaginare futuro. Fare politica significa prima di tutto prendersi cura: in un mondo in cui la debolezza non è altro che uno scarto da marginalizzare, i compagni e le compagne di Sinistra Italiana/AVS mi hanno dimostrato quanto sia importante riconoscere in ogni persona una bellezza unica e irripetibile; mi hanno insegnato quanto sia importante battersi contro un mondo che umilia le persone nel lavoro, nella vita privata, nei sentimenti; contro un mondo che non custodisce la vita, che riduce gli esseri umani a cose, che produce alienazione e precarietà; contro un mondo in cui la solitudine non è una scelta, ma il risultato di un consumismo che occupa gli spazi del vivere collettivo. E al contrario, come nel bellissimo brano di Battiato, noi vogliamo prenderci cura: per questo, ci battiamo, anche se, in questo momento, siamo una minoranza. Ma fare politica è anche sentire di appartenere a una lunga storia, che ci precede e che riaffiora nei racconti e nelle parole: veniamo da lontano per andare lontano, si diceva un tempo. Ed è con la conoscenza e la consapevolezza di questo prezioso bagaglio di lotte e di battaglie del passato, che si possono affrontare le tenebre di questo presente, pensando ancora che Compagno è il mondo. Compagno, un termine che oggi è difficile dire senza sorridere; eppure, come sosteneva Rossana Rossanda in una delle sue ultime interviste, “È una bella parola ed è un bel rapporto quello tra compagni. È qualcosa di simile e diverso da amici. Amici è una cosa più interiore, compagni è anche la proiezione pubblica e civile di un rapporto in cui si può non essere amici ma si conviene di lavorare assieme”. Chiamare qualcuno compagno, insomma, significa attribuirgli non solo una convinzione politica ma riconoscergli un valore di umanità, onestà, generosità, attendibilità, che nessun’altra parola può esprimere con uguale compiutezza.

di Andrea Soppelsa

pubblicato su Sindacato Oggi di dicembre 2025